LA POP SOCIETY DI WARHOL E’ LA NUOVA CULTURA DI MASSA

 

La mostra a Genova , presso Palazzo Ducale, “Warhol e la Pop Society”, vede, a trent’anni dalla sua scomparsa, Andy Warhol indiscutibile protagonista della Pop Art, artista dalle mille risorse e dalla personalità eccentrica e smisurata. Si tratta di un’accurata e straordinaria antologia d’artista, nulla è lasciato al caso e ogni particolare della prolifica vita warholiana viene descritto ed analizzato; l’esposizione avrà termine il 26 febbraio 2017.

Gli anni del Dopoguerra, periodo in cui egli si afferma, vedono l’espansione economica degli Stati Uniti d’America. Il cinema Hollywoodiano è all’apice della sua fortuna e nel film “Quarto potere” Citizen Kane, magnate della stampa diventa icona di un nuovo potere, quello della stampa e dei mass media, appunto. Nelle case americane si diffondono le televisioni.
I giovani artisti newyorkesi della Neoavanguardia degli anni Cinquanta, che rifiutano l’espressionismo astratto, trovano nella riscoperta del quotidiano di Marcel Duchamp e poi John Cage, nuovi modelli da cui attingere. La Neoavanguardia intende fare perciò dell’arte lo sviluppo naturale di forme conseguenti al definitivo passaggio dal problema della materia (Arte informale) a quello dell’oggetto (Pop Art), come ultima espressione linguistica.

Il nuovo movimento pop riscuote immediato successo senza precedenti nella storia dell’arte e del costume: nel 1963, si inaugurano le mostre Pop Art U.S.A. e poi Popular Image e solo dopo tre anni dall’inizio della nuova corrente artistica , gli artisti portatori della nuova cultura si affermano ampiamente: primo fra tutti, Andy Warhol con la sua Factory (1963)- nella quale opera come in una grande bottega medievale circondato da collaboratori e allievi.
Warhol diventa a tutti gli effetti un determinante fenomeno popolare e culturale.

Gli artisti come Warhol, riuniti sotto l’etichetta della Pop, traggono dal mondo del mercato del consumo i loro “modelli”; tale sigla sottolinea il recupero feticistico e quantitativo dell’oggetto. L’artista americano fa arte topografica, in quanto l’oggetto collocato in uno spazio viene sitentizzato attraverso una neutra riproduzione bidimensionale, come già aveva fatto in precedenza con i suoi ready-made Duchamp.
Pop Art è così una sigla applicata solo alla fine del 1961, proprio per il suo stretto legame con i mass media.

L’esposizione genovese attraversa l’intera vita dell’artista dalle sue manifestazioni precoci a quelle più mature.
Warhol si trasferisce in America solo nel 1949 e dal 1960 dipinge le prime tele che hanno come soggetto bottiglie di Coca Cola, barattoli di zuppa Campbell ed eroi dei fumetti. I primi anni realizza illustrazioni e libri per bambini, opera anche in collaborazione con riviste costituendo un punto focale nel panorama pubblicitario di allora; costante nella sua vita, risulta la passione per il segno, la grafica ed il disegno.
Solo qualche anno più tardi abbandona la pittura ad olio e inizia a “dipingere” con colori acrilici applicati alla tecnica serigrafica, derivata- appunto- dai processi industriali nella quale l’intervento emotivo-individale d’artista è ridotto al minimo.
Emblematica è la frase di Andy Warhol ricavata da una intervista concessa nel 1967, che rivela la sua cifra stilistica: in qualità di artista egli intende operare come una macchina industriale, in modo assolutamente neutrale e impersonale, a discapito dell’individualità del fare artistico. Modifica così “in toto” la figura d’artista fino ad allora concepita: “Il motivo per cui dipingo in questo mondo è che voglio essere una macchina e che sento che quando faccio una cosa come se fossi una macchina ottengo il risultato che voglio. Penso che tutti dovremmo essere macchine”.

Gli oggetti che rappresenta sono quelli propri della scena urbana, elementi anche banali del quotidiano, che scandiscono nel tempo l’immaginario collettivo dell’America degli anni Sessanta, anche determinato dalle “icone” di Hollywood.
Tra queste spicca la consacrazione internazionale dell’attrice Marylin-Rose che muore in drammatiche e misteriose circostanze. L’operazione eseguita da Andy Warhol è quella di attingere dall’immenso contenitore di immagini, già facilmente recuperabili nel mercato dell’industria mediatica della giovane star hollywoodiana. L’artista manipola così la foto dell’attrice scattata da Korman, dove lei appare isolata e “zoomata” in primissimo piano, dando risalto al suo sguardo ammaliante: una mera riproduzione tanto impersonale quanto efficace, con un accostamento di colori a forte impatto e un’immagine mediatica a “bassa definizione”.

Ancora appartenenti alla tipologia dell’icona, l’eccentrico Warhol propone l’immagine di Liza Minelli, una serie altrettanto nota dell’immagine di Jackie Kennedy, fino al simbolo del dollaro che tanto l’artista amava.
Costante, risulta la sua passione per il “fetish” e per le Drag Queen, fino alle sperimentazioni meno conosciute e felici come il “cioccolato e l’urina d’artista”. Warhol non dimentica di trascurare anche temi più tragici che caratterizzano la vita americana dell’epoca, come la serie delle “Electric chair” (1963), sdrammatizzata con colori accesi ed irreali.

La sua operazione artistica, è anche figlia lontana della pittura di genere seicentesca, dalla “Canestra” Ambrosiana del Caravaggio (1599), alla “Natura morta con limoni” di Zubaran (1633); allo stesso modo, l’artista americano estrapola dal contesto la sua “personale” opera d’arte che però non ha nulla di unico, ripetendola quasi infinite volte.

Warhol non si lascia nemmeno sfuggire l’opportunità di proporre serigraficamente nature morte “still life”, come “Space fruit- Cataloupes I” o allegorie di vanitas, come “Skull” (1976). Non dimentica di occuparsi, a seguito del suo viaggio italiano dell’arte “classica”, con l’interpretazione dell’ultima cena di Leonardo da Vinci, “Last supper” (1986), cena alquanto “light”.

Un’intera e ultima sezione è infine dedicata alla Polaroid e alla passione dell’artista per essa, e per la fotografia di volti più o meno noti, la cui istantanea crea nel panorama Warholiano un “unicum” della Pop Society. In tal modo Warhol costituisce un’esempio significativo per le generazioni future.

 

 

Dott.ssa Federica Burlando Burani

 

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